di Gianvittorio Martellino

Il Lago, gioiello del massiccio del Matese, specchio di incantevoli  paesaggi, espressione dei  linguaggi silenziosi della natura, meta ambita da tanti turisti, è situato ai piedi del monte Miletto e del monte La Gallinola. Lungo circa dieci chilometri e largo quasi due, con la sua ricca vegetazione di giunchi e canne, offre ospitalità – oltre che a un vasto numero di uccelli acquatici – anche a numerose specie ittiche.

Nelle sue fresche e limpide acque sono presenti predatori come lucci e persici reali; non mancano anguille, tinche e una miriade di scardole, ma soprattutto magnifici esemplari di carpe come la “specchi” e la fully scaled. Quest’ultima è un pesce dall’aspetto meraviglioso, frutto dell’incrocio tra una “specchi” e una carpa comune (in gergo detta “regina”). Questa varietà di carpa è difficilissima  da trovare in acque naturali; il Lago del Matese, grazie alle sue straordinarie caratteristiche, riesce ancora oggi a soddisfare  le esigenze di questo bellissimo esemplari.

Carpfishing

La carpa è un pesce di sangue freddo che cresce abbastanza velocemente se dispone di cibo a sufficienza per nutrirsi. Ogni giorno può ingerire un quantitativo di alimento che varia dai 50 grammi ad un chilogrammo, a seconda della stagione e della temperatura dell’acqua, che è il fattore che più influisce sulla velocità con cui il cibo viene metabolizzato. In media, l’accrescimento annuo è di circa 1,5 chilogrammi di massa, quindi una carpa di 15 chili ha più di 10 anni. In condizioni ottimali questo pesce può raggiungere anche i 30-35 chili (anche se è molto difficile trovarne). Proprio per le grandi dimensioni che può raggiungere e anche per la notevole resistenza che oppone durante la cattura, risulta essere la specie d’acqua dolce più ricercata dagli esperti della pesca sportiva, che praticano varie tecniche, come lo spinning e il carpfishing.

Il carpfishing è una tecnica di pesca a fondo di origine anglosassone che risale al 1978, quando si incominciò a sperimentare un tipo particolare di innesco che, lasciando completamente libero e scoperto l’amo, gli consentiva di  agganciarsi più facilmente nella bocca del ciprinide, che aspira ed espelle il cibo ma non lo afferra.

Anche l’esca è particolare, fin dal  nome: boile. Si tratta di un’esca di forma sferica, ottenuta dall’impasto di uova con svariati tipi di farine predigerite di pesce, di mais, di latte e altre essenze. Di vario colore, molto dolci al gusto, possono avere un profumo gradevole, come quelle alla frutta (ananas, pesca, fragola…) oppure disgustoso per il nostro olfatto, come quelle al pesce, al gambero o al verme. Le boiles vengono bollite (da qui il termine) oppure, meglio ancora, cotte al vapore. Studiate appositamente per i ciprinidi, contengono vitamine, minerali e proteine che offrono alle carpe un nutrimento equilibrato e corretto che non influisce minimamente sul loro metabolismo. Le attrezzature utilizzate sono specifiche per questo tipo di pesca.

Quelle di ultima generazione sono molto sofisticate, oltre che costose, come il  rod pod, che è un cavalletto su cui vengono poggiate le canne, i “segnalatori  acustici” che emettono un suono più o meno prolungato per avvertire che la preda si è avvicinata all’esca o ha abboccato, e l’ecoscandaglio che serve a misurare la profondità dell’acqua e a rilevare gli ostacoli. Chi pratica il carpfishing sa che deve attenersi a delle regole ben precise e inderogabili. L’etica che riunisce tutti  i carpisti in una grande famiglia di appassionati e corretti pescatori, identificati con il nome di carpanglers, è quella di rispettare la natura e gli animali. Il campo si attrezza con tende e accessori  di colore mimetico, si limitano gli  spazi da occupare al minimo necessario, si usano barche che non inquinano e pasture naturali, si evita di strappare erbe o vegetazione e di produrre rumori o schiamazzi di qualsiasi genere e, soprattutto, si lasciano i luoghi incontaminati da rifiuti o altre tracce della nostra permanenza.

La regola fondamentale del carpfishing è  il rilascio del pescato, o “catch and release” (“catturare e rilasciare”, una pratica di  pesca per la quale non si uccide il pesce pescato, ma si rilascia in acqua). Subito dopo la cattura, la carpa viene adagiata su un materassino di slamatura (dove viene tolto l’amo), un’apposita struttura morbida che protegge il suo corpo da eventuali escoriazioni provocate dal contatto con il suolo e fa sì che non perda il muco che la ricopre. La ferita dovuta all’aggancio dell’amo viene disinfettata con cura e in genere, nel giro di pochi giorni, si rimarginerà, senza impedire la ripresa immediata delle normali abitudini  alimentari.

Dopo aver svolto queste procedure, si pesa la “bellissima”, senza dimenticare, prima di lasciarla andare, di immortalarla in una fotografia.  Infine, dolcemente, delicatamente, con attenzione e carezze, con un pizzico di nostalgia e malinconia, viene accompagnata e incoraggiata a tornare nel suo habitat naturale seguendola con lo sguardo mentre guizza verso la riconquistata libertà.

 

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