di Pasquale Buonpane

Quando si parla di piante carnivore, la nostra mente ci porta d’istinto in isole misteriose o nel folto di inaccessibili foreste tropicali. In realtà, la flora italiana annovera un buon numero di specie di questi vegetali, che in milioni di anni di evoluzione hanno escogitato sistemi ingegnosi e spesso molto sofisticati per catturare piccole prede, riuscendo così ad integrare la loro “dieta” con una fonte alternativa di nutrimento in  ambienti che spesso ne sono poveri.

Le carnivore italiane, a differenza di molte  delle loro “sorelle” esotiche, sono quasi sempre umili piantine poco appariscenti, poco visibili ad occhi poco attenti, specie al di fuori del periodo di fioritura. La  loro presenza è quasi sempre legata alla vicinanza dell’acqua e ai luoghi umidi. Alcune, come le Utricularia, sono delle vere e proprie piante acquatiche. In Campania, il Lago del Matese rappresenta una delle ultime  l’Utricularia australis. Questa specie risulta segnalata anche in altre località  campane, come nel cratere degli Astroni nei pressi di Pozzuoli e nell’oasi WWf del lago di  Campolattaro nel beneventano, ma la sua presenza in questi luoghi andrebbe riconfermata.

Le trappole (otricoli) a pelo d’acqua

Il nome Utricularia deriva dalle particolarissime trappole dette otricoli (dal latino utriculum: piccolo otre, fiasco) che queste piante utilizzano per catturare le loro prede. Queste trappole, grandi pochi millimetri, sono munite di valvole che terminano in minuscole ciglia sensibili. Quando una preda (copepodi, ostracodi ed altri minuscoli organismi acquatici) sfiora le ciglia, le valvole si aprono a scatto e la differenza di pressione risucchia la preda all’interno dell’otricolo, dove, grazie agli enzimi proteolitici, questa viene lentamente digerita. In questo modo la pianta riesce a procurarsi una fonte alternativa di azoto.

Il periodo migliore per osservare l’Utricularia australis sul Matese è il mese di agosto, quando i suoi vistosi fiori gialli si ergono sulla superficie del lago. Per tutto il resto dell’anno la pianta rimane costantemente sommersa, rendendo piuttosto difficile la sua individuazione ai meno esperti. Con l’approssimarsi della stagione invernale, le piante deperiscono e producono un  particolare tipo di gemme dette turioni, che cadono sul fondo del lago; qui, al riparo dal gelo, aspettano la fine dell’inverno, pronte a dar vita a nuove piante quando in primavera i ghiacci si saranno sciolti.

Riuscire ad osservare la carnivora del Matese in natura è un evento a cui va data la giusta considerazione: a causa della rarefazione delle zone umide, infatti, la sua presenza è in forte regresso su tutto il territorio nazionale e in molte regioni è limitata a poche “isole felici”.

Rispettare queste piante e l’ambiente in cui vivono è quindi di fondamentale importanza per consentire anche alle generazioni future di godere di queste meraviglie della natura.

 

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